(di Elvira Terranova) – Conferma per la prima volta in un’aula di giustizia che la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi mafiose del ’92 c’e’ stata e che gli ex ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino ne sarebbero stati a conoscenza, ma a sorpresa fa anche nuove rivelazioni sugli investimenti negli anni Ottanta del padre mafioso tra il Canada e a Milano 2. Sono questi i punti ‘caldi’ dell’interrogatorio fiume per Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, sentito oggi come teste al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano.
Nel primo giorno dedicato alla deposizione di Ciancimino junior, che proseguira’ anche domani e lunedi’ prossimo, 8 febbraio, il pm Antonino Di Matteo, presente in aula con il collega Antonio Ingroia, chiede al teste che da piu’ di un anno sta raccontando ai magistrati di mezza Italia, numerosi retroscena inediti della storia degli ultimi trent’anni, da Moro a Ustica, di raccontare la figura del padre fino alla sua morte, avvenuta nel 2002, mentre scontava una pena per associazione mafiosa.
E proprio mentre Ciancimino junior parla dei rapporti del padre con i boss mafiosi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, a "cui dava anche lezioni di matematica", rivela che "dopo le inchieste e le denunce della Commissione antimafia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo".
Vito Ciancimino – i cui ‘pizzini’ (in cui si parla di omicidi come quelli Dalla Chiesa e Mattarella e di rapporti con Salvo Lima, Andreotti e col finanziere Gaetano Caltagirone) sono da qualche giorno consultabili on-line – sarebbe stato in affari con gli imprenditori in odor di mafia Antonino Buscemi e Franco Bonura. "Mio padre li chiamava i ‘gemelli’ – racconta il figlio dell’ex sindaco – Ricordo negli anni Sessanta molte riunioni domenicale al ristorante ‘La Scuderia’ a Palermo". Poi, negli anni Settanta, come racconta ancora Massimo Ciancimino, "alcuni amici di mio padre di allora, Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani, gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal". E parla di investimenti "nelle periferie di Milano".
Poi, in un secondo tempo, torna sull’argomento, rispondendo al pm Di Matteo e approfondisce parlando di "una grande realizzazione alla periferia di Milano che e’ stata poi chiamata Milano 2". Parole che hanno immediatamente la reazione dell’avvocato Niccolo’ Ghedini, legale di Berlusconi, che le ha definite "del tutto prive di ogni fondamento fattuale e di ogni logica, e smentibili documentalmente in ogni momento".
Di questo presunto coinvolgimento nei lavori di Milano 2 Ciancimino junior ha detto di avere avuto notizia direttamente dal padre Vito, anche attraverso la lettura di agende e documenti. E come se non bastasse, rivela anche che "nel 1990, grazie a sue amicizie che aveva in Cassazione, mio padre riusci’ a fare annullare l’ordine di custodia del gip Grillo per la vicenda mafia e appalti". La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta da Corrado Carnevale, come ha sottolineato lo stesso teste in aula. Ed anche in questo caso e’ arrivata a stretto giro di posta la replica del giudice Carnevale che sostiene di "non ricordare" di essersi occupato di Vito Ciancimino.
Altro punto cruciale della deposizione di Ciancimino junior, i rapporti col capomafia Bernardo Provenzano, che il figlio dell’ex sindaco ha detto di conoscere "fin dall’infanzia perche’ trascorrevamo la villeggiatura insieme". Una frequentazione che gli permette di affermare che il superboss, catturato nel 2006 dopo quarant’anni di latitanza, avrebbe goduto, sempre secondo notizie apprese dal padre Vito, "di una sorta di immunita’".
"Provenzano era garantito da un accordo, stabilito anche grazie a mio padre tra il maggio e il dicembre del 1992. Provenzano godeva di immunita’ territoriale in Italia grazie a questo accordo". E ancora: "Tra il ’99 e il 2002 Provenzano venne piu’ volte a casa nostra a Roma, vicino a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio padre era agli arresti domiciliari". Una circostanza che sembrava preoccupare piu’ l’ex sindaco che il capomafia: il primo, secondo la ricostruzione di Ciancimino junior, osservava infatti che a lui avrebbero potuto revocare i domiciliari, mentre "Provenzano era garantito da un accordo".
Della presunta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra si parlera’ soltanto dopo cinque ore di interrogatorio. Per l’accusa, il generale Mori, quando era vicecomandante del Ros, tra il maggio e il luglio del 1992, avrebbe incontrato Vito Ciancimino, assieme all’allora capitano Giuseppe De Donno, per avviare una trattativa tra Stato e Cosa nostra per porre fine al periodo stragista. Circostanza sempre smentita dall’imputato, il generale Mori, anche oggi presente in aula.
Ma Ciancimino junior conferma quanto gia’ raccontato in decine di verbali: "Fu Giuseppe De Donno a chiedermi, su un volo da Roma a Palermo, di incontrare mio padre. E poi l’incontro avvenne. Ma prima di accettare l’incontro con i Carabinieri, mio padre chiese l’autorizzazione a Bernardo Provenzano e a un uomo dei Servizi segreti, che era il ‘signor Franco’", un presunto uomo dei Servizi segreti : una figura, questa, che spesso fa capolino tra le dichiarazioni di Ciancimino. "Solo dopo il loro si’, quello di Provenzano e del ‘signor Franco’, si sono potuti organizzare gli incontri con l’Arma” ha detto Massimo Ciancimino.
Ma l’ex sindaco non sarebbe stato d’accordo su questa strategia: ”Secondo mio padre i Carabinieri – dice Ciancimino junior – sbagliavano nel volere cercare un contatto con i vertici di Cosa nostra, con Riina in particolare. Diceva che era come mettere benzina nel radiatore di una macchina”. E aggiunge: "Rognoni e Mancino erano stati informati del dialogo intrapreso da mio padre con l’allora colonnello Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva appreso da un esponente dei servizi segreti".
Alla domanda del pm Antonino Di Matteo su quale fosse la proposta dei Carabinieri nella trattativa, Ciancimino junior spiega che ”in cambio di una resa incondizionata dei grossi latitanti, cioe’ Provenzano e Riina, assicuravano un trattamento di favore verso i familiari dei detenuti e misure meno pesanti per i detenuti”.
Sugli incontri tra Vito Ciancimino e il capitano De Donno con Mario Mori, il teste ha ricordato che ”nella prima decade di giugno del 1992 c’e’ stato un primo incontro tra l’allora capitano Giuseppe De Donno e mio padre che avvenne all’ora di pranzo nella nostra casa di piazza di Spagna a Roma. Al primo incontro non era presente il suo superiore, l’allora colonnello Mario Mori. Quando De Donno se ne ando’ mio padre disse che l’incontro era andato bene e che c’era un margine per iniziare a trattare".
Il pm mostra quindi a Ciancimino una fotocopia del cosiddetto ‘papello’, cioe’ la lista delle richieste di Salvatore Riina e lui, il teste, conferma: "Si’, e’ questo". In aula anche le ‘controproposte’ del padre di Ciancimino, che non aveva accettato quelle avanzate da Riina, con il quale non correva buon sangue.
Il pm Antonino Di Matteo vorrebbe continuare a porre domande al teste, che continua a bere bicchieri di acqua dalla bottiglia da due litri portata in aula, ma lui, intorno alle 16.30 dice: "Sono un po’ stanco" e il Presidente della Corte d’Appello aggiorna l’udienza a domani mattina alle 9.30.
